Per isole e saline nella Laguna di Marsala

Sicilia occidentale. Nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e Capo Boeo (o Lilibeo), dove il fondo è a non più di due metri o addirittura in alcuni tratti a 50 centimetri dal livello del mare. All’altezza del villaggio di San Leonardo, le onde perdono forza, la corrente si smarrisce, l’acqua si fa stagnante, la temperatura si alza e il panorama acquista peculiarità uniche per il paesaggio siciliano. E’ la Laguna di Marsala, detta anche “Lo Stagnone”, e dal 1984 è una riserva naturale regionale.

Saline Mozia, laguna di MarsalaCC Alun Salt

Quattro isole, in un’area chiusa a ovest dalla diga naturale costituita dall’Isola Grande, risultato di secoli di sedimentazione di sabbie e detriti attorno a due nuclei rocciosi. La più piccola, Isola Schola, non misura più di ottanta metri per cinquanta; la più preziosa dal punto di vista archeologico, quella di San Pantaleo, è proprietà privata, della Fondazione Whitaker. L’altra, Santa Maria, è un santuario.

La percentuale di salinità tocca il 37 per mille d’inverno e il 42 per mille d’estate – il che significa un tesoro naturale a portata di mano: il sale, che è poi la ragione profonda della fortuna della zona.

Per primi arrivarono i Fenici, proprio sull’isola di San Pantaleo, che loro chiamarono Mothia. Un porto importantissimo, fortificato, ricchissimo, leggendario – quasi un’Atlantide nostrana i cui resti sono in molti punti ancora visibili. Le fortificazioni, ad esempio, che circondavano l’abitato per due chilometri con le porte decorate da sculture di rara bellezza di cui possiamo farci un’idea ammirando il fregio coi due leoni che azzannano un toro, proveniente dalla Porta Nord, ancora visibile, e conservato nel Museo dell’isola, vero e proprio scrigno di tesori inestimabili.

Come la statua dell’Efebo di Mozia, marmo del V sec. a.C., di tale bellezza e preziosa fattura che nel 2012 fu spedito a Londra, a far bella mostra di sé per l’inaugurazione delle Olimpiadi.

I Fenici ci sono arrivati in barca, molti oggi ci arrivano addirittura a piedi, con una passeggiata di una decina di chilometri da Marsala, lungo un tratto della Via del Sale che porta fino a Trapani.

Presso le Saline Ettore Infersa, si prende un traghetto per l’isola e ci si abbandona alla bellezza abbacinante del panorama, soprattutto al tramonto quando il sole si riflette scarlatto sulle colline di sale.

Si paga allo sbarco perché, come ricordato prima, l’isola è proprietà privata: acquistata nei primi del 900 da Joseph Whitaker, rampollo di una famiglia inglese che aveva fatto fortuna col commercio del vino Marsala, appassionato di studi classici e col pallino dell’archeologia, Mozia è stata riscoperta proprio grazie agli scavi che il buon Whitaker stesso finanziava di tasca propria, per venticinque anni di fila.

Dal 1906 al 1929 sono venuti alla luce il santuario fenicio-punico dell’area chiamata Cappiddazzu, parte della necropoli arcaica, la cosiddetta Casa dei Mosaici, l’area del tofet (il rogo rituale dei resti umani, secondo la religione punica), le zone di Porta Nord e di Porta Sud e della Casermetta.

Gli scavi successivi (ripresi solo nel 1955 e tuttora in corso) continuano ad ampliare le scoperte: dal 2005 si scava anche sott’acqua, perché, tanto per aggiungere fascino al sito, c’è pure una strada sommersa, quella che univa la città fenicia alla terraferma – un rettilineo pavimentato che dopo due millenni ora si trova sotto il livello ma non tanto da impedire ai più avventurosi di percorrerlo comunque durante la bassa marea, quando l’acqua non arriva mai comunque oltre le spalle di una persona.

Una volta lì, godetevi il tuffo nella storia fenicia, certo, ma anche quello nel Mediterraneo più puro e incontaminato, nei colori e nei profumi della macchia tutelata ed insolitamente silenziosa, perché poche sono le barche che possono avventurarsi su fondali così bassi.

Dall’imbarcadero per Mozia/San Pantaleo si dipartono anche i battelli per le altre isole (esclusa Schola, che è poco più che uno scoglio e su cui sono rimasti solo tre casolari degli anni ’30, in completo stato di abbandono): potete andare a Santa Maria, dove si trova un santuario, oppure nell’isola più grande dell’arcipelago, detta anche Isola Longa (su cui si può arrivare anche a piedi, ma da Nord, da Torre San Teodoro, marea permettendo). In entrambi i casi, tornando a casa, vi sembrerà di essere stati su un altro pianeta.

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